Bomba contro l’Arca di Gaza

 

Michele Giorgio, GERUSALEMME, 29.4.2014 “Il Manifesto”

Striscia di Gaza. Una "misteriosa esplosione" ha danneggiato il battello della Freedom Flotilla che doveva salpare nelle prossime settimane verso l'Europa, con a bordo attivisti, giornalisti, intellettuali, imprenditori palestinesi e tanti prodotti di Gaza. I palestinesi puntano l'indice contro Israele.

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In giro per il mondo si parla, in que­sti giorni, di Noè e della sua Arca, gra­zie al film che vede pro­ta­go­ni­sta Rus­sell Crowe, nei panni del patriarca biblico. Un colos­sal costato 125 milioni di dol­lari. Pochi hanno badato a un’altra Arca, un bat­tello rimesso a posto con scarsi fondi e tanta buona volontà, che dal pic­colo porto di Gaza City si pre­pa­rava a sal­pare per l’Europa. Una pic­cola imbar­ca­zione, l’Arca di Gaza, che avrebbe dovuto por­tare dall’altra parte del Medi­ter­ra­neo quanto di meglio sa pro­durre Gaza, dalle merci alle capa­cità arti­sti­che e arti­gia­nali. Que­sta bar­chetta pic­cola e lenta avrebbe dovuto for­zare il blocco navale israe­liano, pro­vando a fare lo sla­lom tra le moto­ve­dette. L’Arca di Gaza non pren­derà il largo come quella di Noè. Una “miste­riosa esplo­sione”, pre­ce­duta da una tele­fo­nata di avver­ti­mento che ha per­messo al guar­diano di met­tersi in salvo, ha dan­neg­giato gra­ve­mente il bat­tello. E’ la fine, almeno per ora, dell’ultima delle tante ini­zia­tive e mis­sioni avviate in que­sti anni dalla Free­dom Flo­tilla per por­tare l’attenzione del mondo sul blocco israelo(egiziano) della Stri­scia di Gaza. Su una nave della FF nel 2008 giunse a Gaza Vit­to­rio Arri­goni e tra un mese esatto sono pre­vi­ste le com­me­mo­ra­zioni dei nove pas­seg­geri della nave turca Mavi Mar­mara, rima­sti uccisi nel 2010 in un raid in acque inter­na­zio­nali di forze spe­ciali israe­liane con­tro un con­vo­glio diretto a Gaza.

Non ci sono state riven­di­ca­zioni dell’attentato con­tro l’Arca di Gaza e non ne arri­ve­ranno. I pale­sti­nesi non hanno dubbi, pun­tano l’indice con­tro Israele che più volte ha detto che non per­met­terà a nes­suno di vio­lare il blocco navale della Stri­scia e ha lan­ciato alla FF accuse di “coo­pe­ra­zione con i ter­ro­ri­sti”. Ma atten­tati e accuse non sem­brano scal­fire la deter­mi­na­zione degli orga­niz­za­tori dell’Arca. «Stiamo con­si­de­rando quale sarà la nostra mossa in rispo­sta a que­sto atto vile di ter­ro­ri­smo ma la nostra posi­zione rimane chiara: né que­sto né nes­sun altro attacco fer­merà i nostri sforzi per sfi­dare il blocco di Gaza fino a quando non esso non sarà ces­sato», assi­cura Davide Heap, del comi­tato diret­tivo del pro­getto. Da parte sua, Ehab Lotayef, un altro degli orga­niz­za­tori, ricorda che «Altre imbar­ca­zioni della Free­dom Flo­tilla sono già state sabo­tate in pas­sato. Que­sto attacco arriva pro­prio quando era­vamo quasi pronti a sal­pare. Si può affon­dare una barca, ma non si può affon­dare un movi­mento». Tra la gente di Gaza lo sde­gno è forte. L’Arca di Gaza, rimessa a posto gra­zie al lavoro e al con­tri­buto di tanti, è una spe­ranza, un ponte tra la Stri­scia e l’Europa, tra que­sto pic­colo faz­zo­letto di terra pale­sti­nese e il resto del mondo.

La sto­ria dell’occupazione dei Ter­ri­tori è fatta di non poche “esplo­sioni miste­riose” su navi e bat­telli pale­sti­nesi. «Un’esplosione è avve­nuta oggi su un grosso bat­tello all’ancora nel porto cipriota di Limassol…Il grosso bat­tello era stato ven­duto sabato pare a pale­sti­nesi. Non viene del tutto escluso che esso fosse la ‘Nave del Ritorno’, sulla quale l’Olp pro­gram­mava di ripor­tare un gruppo di pale­sti­nesi in Israele. L’esplosione non ha cau­sato vit­time ma danni molto gravi». Così l’agenzia Ansa scri­veva il 15 feb­braio del 1988 a pro­po­sito dell’attentato alla nave che, nel pieno della prima Inti­fada, doveva ripor­tare nella terra d’origine 131 tra pro­fu­ghi e depor­tati pale­sti­nesi. Su quella nave, ben più grande dell’Arca di Gaza, dove­vano salire anche diversi gior­na­li­sti e par­la­men­tari ita­liani, tra i quali il comu­ni­sta Ago­stino Spa­taro che, qual­che anno fa, ha ricor­dato quei giorni in attesa di un viag­gio che non sarebbe mai avve­nuto. «Ad accom­pa­gnare (gli esi­liati) in que­sta peri­co­losa mis­sione – ha scritto Spa­taro nel 2010 — che il governo (del pre­mier israe­liano Yitz­hak) Sha­mir con­si­de­rava una com­pa­gnia di assas­sini da bloc­care con ogni mezzo, c’erano cen­ti­naia di rap­pre­sen­tanti di par­titi, sin­da­cati, gior­na­li­sti, di asso­cia­zioni uma­ni­ta­rie e paci­fi­ste di molti paesi in gran parte euro­pei e occi­den­tali. Sape­vamo che oltre alla soli­da­rietà la nostra fun­zione su quella nave sarebbe stata anche quella di scudo umano per sco­rag­giare la rea­zione vio­lenta degli israeliani».

La “Nave del Ritorno” non partì mai, per le pres­sioni di Tel Aviv su Atene e per la “miste­riosa esplo­sione” simile a quella che l’altra notte ha quasi affon­dato l’Arca di Gaza. Eppure, come dice Ehab Lotayef, una bomba non può fer­mare un movi­mento e, più di tutto, non può spe­gnere un sogno di libertà.